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Leggenda o fola?

Don Clemente da Terrinca, Don Ansano da Basati e Don Martino dalla Cappella erano i sacerdoti dei rispettivi paesi.

A quel tempo di preti e di frati ce n’erano tanti e ognuno officiava soltanto nel proprio paese.

La domenica venivano celebrate due messe: la prima al mattino intorno alle sette e la seconda alle undici, poi il pomeriggio alle quattro c’era il vespro; gli altri giorni veniva celebrata solo la prima messa del mattino e l’ultima domenica del mese c’era il rosario in cimitero.

A meno che non avessero avuto qualche funerale o altre messe commemorative da celebrare, ai  sacerdoti restava molto tempo libero anche per fare qualche “giratella”; Ansano e Martino per esempio scendevano giù a Seravezza al  mercato per fare le loro spese, sempre a piedi naturalmente perché le auto non c’erano ancora.

A Seravezza arrivavano i mercanti con i loro barrocci per vendere i loro articoli: scarpe accollate tinte di nero e stoffe da far cucire, anche stoffe raffinate come cotone, gabardina, e velluto con la costa fine.

A Seravezza scendevano anche per la festa di San Lorenzo e un anno invitarono anche Clemente, ma quando il prete di Seravezza lo vide arrivare sembrò un po’ contrariato dato che Clemente era del Comune di Stazzema. Siccome Clemente avvertì di non essere il benvenuto e oltretutto vide che i suoi amici non dissero nemmeno una parola per difenderlo, gambe in spalla e ritornò a Terrinca.

Clemente non lo sapeva ma a Seravezza c’era questo modo di dire: “ormai per quest’anno sai già dove andare ma il prossimo anno ti invito qui”.

I due preti erano diversi da Clemente anche nel modo di vestire, volevano essere sempre eleganti e curati e lo potevano fare perché, oltre alle messe, non avevano altro da fare.

Clemente invece doveva guardare le pergole , potare le viti, raccogliere l’uva, in ottobre fare il fuoco al metato, farsi la legna per l’inverno, portare le castagne secche a macinare ai mulini, “incascionare” la farina e calcarla bene per mantenerla tutto l’anno e quindi non poteva andare a spasso come loro. Qui a Terrinca non c’era la strada, nemmeno barrocci, l’unica via era quella che saliva da Cansoli e da lì venivano i venditori da lontano con il fagotto sulle spalle contenente stoffa grossolana, più economica di quella raffinata e Clemente si vestiva con quella.

Era stoffa chiamata pilorre, fustagno, velluto a costa grossa. Scarpe fino a quassù non ne portavano perché erano troppo pesanti e allora Clemente se le faceva fare dal calzolaio del paese di vacchetta e quando andava alle feste dei suoi amici preti alle scarpe dava un po’ di tinta nera.

A lui non interessavano tanto i lussi, era semplice e contento così, aveva tutto quello che gli serviva e poi a settembre arrivava il contadino da Cansoli con il miccetto carico di ogni ben di Dio.

Per la ricorrenza della festa del Patrono, a Terrinca si invitavano a pranzo anche i preti degli altri paesi. Da mangiare c’era di tutto: tordelli, polli, pane di grano e vino buono del piano di Ripa. Ma mangia e bevi il vino andava alla testa e cominciarono a discutere di religione, di santi, e di tutto un po’ .

Fatto il pieno, Martino e Anzano iniziarono a criticare Clemente che vestiva male, che lavorava troppo, che non si aggiornava alle mode, che non andava in giro negli altri paesi.

A questo punto a Clemente scappa la pazienza e li invita a farla finita, ma nonostante questo i due urlavano ancora più forte. A questo punto, non sapendo più che cosa dire per farli smettere, propose loro di fare una prova, ma a digiuno: la scherma con i bastoni, come si usava a quei tempi anche nei “Maggi”. Queste furono le parole di Clemente: “voi vi trovate d’accordo, scendete giù da Basati, io dalla Borra del Re e lì alla Vedova vi sfido tutti e due insieme, due contro uno, e quell’uno sono io, Clemente da Terrinca.

Il giorno stabilito i due sacerdoti scendono giù da Basati e Clemente si avvia per Novella passando appunto per  la Borra del Re. Arrivati alla Vedova sono gli uni di fronte all’altro e qui inizia il bello: i due, trovandosi Clemente di fronte, si accorgono che quest’ultimo è senza bastone e allora pensano che si sia pentito di averli sfidati oppure che abbia avuto paura e voglia rinunciare. Clemente ha le mani in tasca ma i due alzano i bastoni al cielo per iniziare la scherma, a questo punto Clemente si gira, alle sue spalle c’è un novello, lo strappa dal terreno, radici foglie e terra e caricatoselo in spalla si dirige verso i due preti che davanti a questo spettacolo rimangono a bocca aperta e spaventati, se la filano a gambe levate riprendendo la salita che li avrebbe riportati a Basati.

Da quel giorno si rividero ancora per le ricorrenze delle feste dei patroni ma si gurdarono bene dal prendere in giro Clemente . La lezione era servita.

Baldini Marfisa

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