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Il Masso di Terrinca

masso di Terrinca

Fino al 20 aprile 1998 il masso era coperto da circa trenta centimetri di terriccio e da vegetazione. Su altri massi minori attorno avevamo notato cruciformi e coppelle. Dal masso più grande (quello “di Terrinca” per l’appunto), un poco declive, si era staccata una zolla di terra, nella zona inferiore: si vedeva la roccia e un piccolo cru­ciforme. In un paio di giorni di lavoro, ripuliti terra e vegetazione, ecco apparire il massocon tutte le sue incisioni.

Circa sei metri quadri, circa due per tre. Difficile fotografare. Facile ritrovare attorno coppelle e cruciformi. Che non è poca cosa La roccia è la fillade quarzito-sericitica tipica dell’intera zona.

Il masso è a poca distanza dalla traccia (praticamente scomparsa) di un antico sentiero. La traccia si individua chiaramente, non però sulle carte topografiche; era praticata fino a più di cent’anni fa, poiché saliva dalla valle del Giardino nella direzione del passo Fordazzani.  

La località si ritrova nelle vecchie carte col nome de “il Pianaccio” (dobbiamo a un attento ricercatore di sentieri storici, topografie, toponomastica, Marino Bazzichi, la cartografia del territorio che ci ha consentito di arrivarvi: importanza delle memorie perdute) Vi si arriva in non più di mezz’ora dall’abitato di Terrinca; un po’ per mulattiera, un po’ per il bosco. Dinanzi alla complessità del mondo iconico racchiuso nei sei metri quadri del masso di Terrinca (non è sufficiente l’interpretazione parziale: la scena di caccia, gli uomini con l’arco etc., sarebbe importante comprendere tutto e qui si è spiazzati), bisogna ammettere che l’interpretazione non può essere né unica né immediata. Fuori discussione la bellezza dell’immagine, la sapienza della composizione, il ritmo, la struggente essenzialità. In termini solo estetici, l’immagine parla da sola L’indubbia presenza di elementi naturalistici e magico-simbolici, richiede una complessa analisi. eventuale cristianizzazione dai segni antropomorfi: di ampliare la ricerca, rilevando ciò che nei tempi lunghi è andato perduto, scavando anche nella memoria dei luoghi.  

Isa Pastorelli – Giorgio Citton

incisioni rupestri
incisioni rupestri

Cercare le incisioni 

Una piccola follia. per la quale occorre del metodo.

Enzo Bernardini in “La preistoria in Liguria”, a proposito delle incisioni di Monte Bego, chiarisce: “Molti segni risultano modificati e sovrapposti nel tempo, molti altri sono appena percettibili con la luce dell’alba e del tramonto, per cui non sempre la loro lettura è facile”.Queste parole puntualizzano le principali difficoltà del problema “ricerca”. Questa, tuttavia, non è senza speranza, anche se non è facile trovarsi nel posto al momento giusto (nelle condizioni cioè di luce radente). Bisogna accettare il fatto che sulle prime, nelle condizioni di luce sbagliate, potremo non vedere nulla: anche ciò che si era visto e verificato (anche in modo tattile) qualche tempo prima: se il sole è alto, la roccia può apparire come un mare grigiastro, indifferenziato.

Con l’aiuto di taluni accorgimenti, la situazione può essere migliorata. O si attendono le giuste condizioni di luce o si può tentare, ad esempio, di sospendere un telo oscuro, con il quale mettere in ombra la zona che interessa. Inoltre con uno specchio si possono riflettere obliquamente i raggi del sole. Nel caso di luce insufficiente, può essere utile una sorte lampada a incandescenza. Se il segno si mostra, occorre controllare che non si tratti di una deformazione naturale, una fessura, una scagliatura.

Già più di vent’anni fa nel “Bollettino Camuno di studi preistorici” veniva indicato un metodo faticoso ma molto puntuale e molto seguito. Consiste nel trattare la roccia con due colori ad acqua, degradabili rapidamente. Dopo aver spazzolato la superficie con spazzola di saggina (non abrasiva), si stende un colore molto diluito ma contrastante con quello della roccia: bianco in genere, se la roccia è scura. Si lavora a tampone, in tutte le anfrattuosità, evitando ristagni. Si attende che asciughi un po’, quindi si passa alla seconda fase, che consiste nel passare di piatto su tutta la superficie uno straccio impregnato di colore opposto, ben strizzato (deve infatti apparire quasi secco, in modo che il nuovo colore non penetri dentro le incisioni e le fessure naturali). Ciò permette di distinguere nettamente le incisioni. Bisogna “farsi la mano”.Una volta ritrovata l’incisione. è bene stendere sulla roccia un foglio di cellophane, sul quale tracciare a ricalco i contorni con un marker indelebile. A questo punto si apre il difficile discorso delle ipotesi di datazione.

Non c’è altro modo che analizzare qualità della roccia, stato di conservazione, tecnica di esecuzione, tipologia dell’immagine e tuttavia quasi sempre l’unica cosa certa è… l’incertezza. Ogni segno parla per sé e va analizzato nei rapporti con altri contesti storici e archeologici. Il giudizio può divenire rapidamente soggettivo.

Isa Pastorelli – Giorgio Citton

Vengono dalla preistoria, mistero e suggestione delle rocce a “coppelle”

Coppelle. Inglese “cup-marks”. Incisioni particolarissime, incavi scavati nella roccia.

Spesso collegate con canalette e spesso in gruppi, punteggiano generalmente rocce e spezzoni di roccia lisci, suggestivi per forma o posizione. Riconosciute ed esaminale in tutto il mondo. le “coppelle” offrono un campo di studio affascinante e difficile, nel quale le ipotesi sono aperte in molte direzioni.

Che abbiano un valore semantico è indubbio, ma ancora ci si interroga sulla portata di esso, sulla sua valenza pressoché universale: preistorica come anche storica.

Generalmente si intende per “coppella” una incisione su roccia, rotonda o rotondeggiante (diametro e profondità sono variabili), con sezione conica, ellittica o circolare, che si presume sia stata compiuta con un’altra pietra di maggiore durezza (quarziti o selci). Incisioni che hanno richiesto certamente determinazione e tempi lunghissimi di esecuzione, anche perché le rocce scelte sono in genere dure e resistenti.

Non sono coppelle fori accidentali, naturali o funzionali (per palificazione e simili), segni comuni di cui le rocce abbondano, anche in luoghi lontani dall’abitato. In realtà le “coppelle” trasmettono subito la loro singolarità. Infatti “… per taluni esse avrebbero avuto finalità funzionali, per altri sarebbero un primordiale tentativo figurativo e sono state emesse ipotesi discordanti” (E. ANATI, Origine dell’arte e della concettualità).Se è probabilmente possibile trovare una spiegazione funzionale per una incisione a coppella, lo è molto meno per una serie di incisioni: una roccia “a coppelle” assume un’identità particolare.Nel testo già citato viene fatto riferimento alla lastra a “coppelle e canalette”, scoperta dall’archeologo PEYRONY e oggi nel museo di Les Eyzies. La lastra sarebbe databile, in base al contesto in cui è stata rinvenuta, a copertura di una tomba, all’uomo di Neandertal del Paleolitico medio.Secondo molti studiosi, è indubbio che le prime coppelle ci arrivano dalla preistoria: ma la pratica di segnare talune rocce con le coppelle si ritrova sino al medioevo: in taluni luoghi ha resistito a lungo l’usanza di porre nelle coppelle fiori o sementi, come rito propiziatorio.Le coppelle che vengono ritenute più antiche presentano pareti e fondo tondeggiante, come fosse stato trattato con paziente lavoro di pulitura. Per altre in cui si comprende il prevalente utilizzo di uno strumento a percussione (difficile peró qualche volta stabilire se litico o metallica”, si tende a riferirsi a tempi storici. Spesso si constata come le rocce e coppelle appaiano volutamente rispettate (arrivando al limite delle incisioni con mazza e fioretto) probabilmente perché in esse veniva sentita una sorte di mistero e di sacralità, che rientra nel bisogno di Dio di ogni uomo. Sacralità pagana della pietra, fortemente contestata dalla Chiesa… “non vi è nessuno i cui campi non siano contaminati dagli Idoli, non vì è podere che sia immune del culto del demonio … “. Alle coppelle si sostituiranno le croci.Il dibattito sulle coppelle è tuttora vivo. A. PRIULI ritiene le coppelle “probabili espressioni religiose” richiamandosi al concetto dì animismo delle popolazioni primitive, come anche al concetto dì luoghi di culto all’aperto (Celti, Germani). Altre interpretazioni: mappe stellari, indicazioni di luoghi abitati, corsi d’acqua. Persino simboli sessuali femminili, legati al culto della fecondità.Ipotesi suggestive, che portano con sé molti altri interrogativi.

Isa Pastorelli  – Giorgio Citton

(Relazione in occasione del “Battesimo” del Masso di Terrinca)

Il Masso di Terrinca

C’era una volta…..

Una volta…quando? Nella preistoria…nella storia…quando? E se parlassimo della preistoria? Ma quando è stato…quanto tempo fa?

Sappiamo tutti che c’è tendenza a considerare la preistoria come un complesso di fatti accaduti quando l’uomo viveva nelle caverne e a localizzarla mentalmente in una zona buia, della cui lontananza nel tempo non si ha una percezione esatta.

Così si dice ”gli antichi”, “quelli di una volta”, “quelli che vivevano qui”: quando va bene li si pensa vestiti di pelli, con una clava in mano…

In realtà si può definire un po’ meglio la zona buia in cui mentalmente far apparire l’uomo preistorico: si sono potuti rintracciare moltissimi elementi che sono serviti in mancanza della storia scritta, a darci informazioni più complete e meno fantasiose su un tempo umano certo difficile, ma con gioie e dolori, sentimenti e aspirazioni intelligenza e ambizione.

Ritornando alla definizione di preistoria, ricordiamoci che essa essenzialmente significa prima della storia e la storia comincia da quando la si ritrova nei documenti scritti che parlano delle vicende umane e questi documenti cominciano per forza a esistere solo dopo che fu inventata la scrittura.

Naturalmente in tempi diversi per luoghi diversi: si sa però che dopo numerosi tentativi di espressione grafica (per lo più ideografica, per immagini), la prima vera scrittura si sviluppò nel sud della Mesopotamia, nel IV millennio prima di Cristo, cioè 6000 anni prima di oggi.

In quei luoghi si considera preistoria, ciò che accadde all’incirca più di 6000 anni fa. Ai primi ideogrammi seguirono segni a forma di cuneo che vennero usati per almeno 3000 anni.

Altre scritture furono intanto sviluppate da altre civiltà. Pare comunque che il primo alfabeto sia apparso in Medio Oriente con segni per lettere individuali, nella prima metà del II millennio avanti Cristo.

In Europa la scrittura sembra comparire nell’Egeo nel II millennio avanti Cristo.

Quando poi si cominciò a scrivere i racconti della vita dell’uomo, quando i ricordi degli avvenimenti cominciarono ad essere fissati e tramandati, si ebbero i primi documenti. Ricordiamo che essi non sono forse del tutto attendibili in toto, in quanto in essi convergono realtà leggenda, fantasia e interpretazione: sono comunque tali da costituire un indicazione del tracciato delle vicende umane: comincia qui la storia, siamo cioè ai primi tracciati di essa, alla protostoria.

Spesso in quei tracciati si riscontra il fenomeno occorso a quel pescatore di Viareggio che dopo aver pescato un pesce da un chilo e averlo raccontato ad un amico di Pietrasanta, venne accusato a Massa di aver riempito una rete senza pagare dazio.

Gli studiosi di storia però hanno potuto nei secoli “storici” confrontare le fonti scritte arricchendole con altre informazioni ricevute attraverso archeologia e geologia: gli archeologi e geologi hanno potuto confrontarsi con i documenti storici: cosicché oggi le informazioni sono immensamente più ricche e precise.

Altre scienze, come la chimica, la mineralogia, l’antropologia, la geologia sono venute in aiuto per lo studio della preistoria, di “ciò che è scritto”: scienze e tecniche esatte, come anche analisi intellettive vaste e raffinate.

Inoltre negli ultimi duecento anni le scoperte sono state sempre maggiori, tanto da portare a nuove risposte e a nuove domande.

Da quando, circa 150 anni fa (1846) vennero eseguiti i primi scavi in Liguria nella grotta detta dei “Balzi Rossi” presso Ventimiglia, la ricerca sulla preistoria in Liguria ha avuto momenti di grande intensità e ha portato una notevole rosa di conoscenze sulla civiltà paleolitica in Liguria e in alta Toscana.

È vero che essendo l’era paleolitica un tempo sterminato (si parla in genere di un periodo da un milione a 12.000 anni fa) i particolari ricostruiti sullo sviluppo dell’uomo sono piccole pietre miliari nel racconto di un evoluzione molto lenta e frammentata, sulla cui essenza si sono fatte analisi, ipotesi ma che non potrà mai essere del tutto chiarita.

Il paleolitico rimane il primo e il più lungo periodo dell’evoluzione umana (periodo dell’introduzione dell’uso degli utensili di pietra, prima scheggiata poi levigata). L’uso degli utensili in pietra sembra però sia apparso più di due milioni di anni addietro. Tale periodo fu inizialmente definito dall’uso della pietra scheggiata, criterio che poi ne comprese anche un altro: cioè precisa caratteristica, la caccia e la raccolta, come attività fondamentali alla vita dell’uomo.

Dopo il paleolitico viene considerato il mesolitico, vicino a circa 10.000 anni fa: e dopo il mesolitico il neolitico, cioè della pietra nuova o levigata con maestria; questa età si propone anche in base ad altri  criteri, come la comparsa della ceramica (i vasi di coccio) ma soprattutto dell’agricoltura: l’uomo cominciava a fermarsi, a legarsi alla terra, apparvero campi e capanne, attrezzi agricoli, topi e gatti…un mondo che ha già molte caratteristiche note… un mondo di 10.000 anni fa.

È vero che il termine neolitico è impiegato nello studio della preistoria asiatica, europea e africana, ma si riferisce a periodi cronologicamente diversi a seconda delle varie aree. Nell’Asia occidentale le prime società neolitiche nacquero prima, ma un’economia di tipo agricolo si sviluppò in altre parti dell’Asia, in Europa, in Africa, migliaia di anni più tardi .

Al neolitico seguì il calcolitico (cioè un periodo tra il neolitico e l’età del bronzo) quando per gli utensili veniva utilizzato il rame, il che fu appunto prima del bronzo.

Come già detto, le datazioni in genere e quindi anche quella dell’età del bronzo varia da zona a zona ma in termini generali si può dire che l’età del bronzo risale al III e II millennio a.c. in Asia occidentale; al II e inizio del I in Europa

È chiaro a tutti come una innovazione anche importante nel modo di essere, di sconvolgere una attività, di comportarsi eticamente, di vivere anche solo una moda, figurarsi l’uso e la tecnica della metallurgia.

Arrivi sempre in zone diverse in tempi diversi, a seconda della viabilità, dell’altitudine, del clima del carattere stesso degli individui.

Vi sono zone facilmente raggiungibili, oppure di transito obbligato per raggiungerne altre di maggior importanza, nelle quali le nuove usanze penetrano più facilmente, idee e modalità si mescolano: altre zone restano chiuse, poco penetrabili chiuse nel loro mondo.

In più la preistoria ci appare come un luogo di solitudine, i rapporti dovevano essere difficili: si calcola che in media non più di un uomo per chilometro quadrato potesse trarre sostentamento dalla caccia e dalla raccolta di erbe, frutta, tuberi spontanei.

Tuttavia l’uomo, teso nella lotta per la sopravvivenza era anche un essere fortemente intelligente e sensibile; il futuro era un magma da formare, ma mancavano anche gli strumenti, per poi usarli a raggiungere quello che poi si chiamò progresso.

Con l’inizio dell’agricoltura le cose presero a svilupparsi in fretta: all’agricoltura si aggiunse l’allevamento e poi il commercio. Quando? Le datazioni, ripetiamo, sono molto oscillanti ed ampie anche per l’età del bronzo, come per l’età del ferro: la stessa esistenza di zone poco frequentate perché fuori dalle vie di comunicazione o solo perché abitate da popolazioni istintivamente diffidenti e ostili, fece sì che molte trasformazioni avvenissero con margini di tempo enormemente superiori, addirittura di un migliaio di anni.

Nelle terre più nascoste dell’alta Toscana, della Versilia e della Liguria, alcune caverne continuarono ad essere abitate nell’età del ferro da gruppi che si attardavano a livelli di vita neolitici, mentre comunità pastorali ed agricole limitrofe erano arrivate ad una accentuata organizzazione agricola; e nello stesso tempo a Genova esisteva un fiorente emporio commerciale con botteghe etrusche e greche.

Anche la tradizione storica ci ha parlato di una condizione fortemente arretrata in Liguria: tanto che le prime legioni romane inviate a sottomettere le comunità liguri, pare abbiano dovuto “stanare” i “barbari” dalle caverne, cosa che in realtà sembra sia avvenuto solo in zone montuose molto isolate.

Tutto questo è stato scritto perché si potesse pensare un momento insieme a quelle che erano le condizioni di vita nella valle del “Giardino” tremila (si fa per dire) anni fa…

Innanzitutto pensiamo a quanto era bella questa valle, querceti, lecceti, frassini, corbezzoli sulle coste…nel fondo, acque limpide, pesci… nei boschi una ricca fauna per l’uomo cacciatore-agricoltore : sui pianori i pastori badavano alle pecore, nei villaggi si facevano i formaggi..

Tutte le Apuane non hanno accolto in epoca preromana (cioè, per arrotondare, prima dell’era a.c.) centri urbani consistenti, ma forme di insediamento minori, anche a carattere occasionale.

Pochissimi quindi gli abitanti della valle, pochissimi i sentieri: dall’alba al tramonto, la caccia, la pesca, il lavoro.

Questa la vita di tutti; e anche allora l’uomo cercava di trovare una risposta ai propri perché, un conforto, un qualcosa in cui credere.

Gli studi sulla religiosità nella preistoria, sulla ricerca del divino, si sono fatti negli ultimi tempi numerosi e attenti, portando a conclusioni avvalorate in molti casi da documentazioni archeologico-stratografiche, in altri da analogie antropologiche, in altri dalla sopravvivenza di rituali nel costume popolare.

Poiché abbiamo parlato di “coppelle” visitando le “Tanacce” vorremmo partire da questi segni, che noi consideriamo tra i più antichi (pur ritrovandosi continuamente per millenni fino probabilmente all’alto medioevo) per esemplificare una forma di religiosità.

Per “coppella” si intende una escavazione generalmente di forma circolare, a forma di piccola coppa, eseguita nella roccia mediante rotazione o percussione di uno strumento (per lo più una pietra): escavazione il cui diametro varia dai tre ai sette centimetri, mentre la profondità è in media un terzo del diametro: ci sono “coppelle” in tutta Europa come in Africa e in America. Sono state fatte infinite ipotesi: rappresentazione di costellazioni, indicazioni di limiti di proprietà, vie di passaggio, copertura di sepolture, indicazioni topografiche, luoghi per offerte e sacrifici, tentativi di numerazione e scrittura, tuttavia ciascuna di queste ipotesi ha numerose possibilità di demolizione, non avendo comunque in partenza nessuna possibilità di prova.

Come non ha nessuna possibilità di prova anche l’ipotesi oggi più accreditata, che attribuisce alle “coppelle” una funzione sacrale, come modo e mezzo di espressione di una forma di religiosità. Tuttavia anche noi pensiamo sia questa la via giusta per un’interpretazione in generale del fenomeno.

Ci sembra infatti segnale importante che le rocce “coppellate”  siano state nella stragrande maggioranza dei casi “cristianizzate” con l’incisione di croci cristiane talora ad esse affiancate, talora sovrapposte (il segno è da distinguersi dal “cruciforme”, affine alla croce cristiana, ma comunque ad essa preesistente).

Nei primi secoli dell’età cristiana, il cristianesimo si diffuse lentamente nei villaggi e zone montane, più rapidamente lungo le grandi vie di comunicazione: nei vari concilii vennero severamente condannati gli adoratori delle pietre; si ordinò di sradicare le antiche credenze, ma si consigliò ove non si fosse arrivati a distruggerle o si fosse incontrata resistenza, di procedere alla cristianizzazione dei luoghi di culto pagano.

Così fu fatto, a partire dalla semplice crocetta isolata, per proseguire con piccoli santuari, chiese e cappellette, qualche volta si arrivò a una sorta di sincretismo religioso, per il quale la croce convisse a lungo con la coppella: una forma di superstizione fece probabilmente sì che ambedue venissero eseguite come “scacciadiavoli”: un segno propiziatorio, di buona fortuna. Così i massi con coppelle vennero qualche volta tagliati,  squadrati  e inseriti nelle mura della chiesa a vista o nelle fondamenta. C’era anche in tutto questo il senso di un giusto rispetto per il bisogno di divino, ricerca del divino, manifestato per migliaia di anni addietro.

Inoltre non dimentichiamo le molte tradizioni popolari che in Irlanda come in Italia conducono a portare fiori o sementi nelle cavità delle “coppelle” eseguite su certi massi. Rito propiziatorio, minima rimanenza di antichi rituali.

Noi possiamo osservare, dinanzi alle molte amplificazioni (come tentativi di minimizzazione) del fenomeno “coppelle”. La tecnica di esecuzione è certamente importante per una sia pur approssimativa datazione; tuttavia nell’analisi e valutazione dell’incisione altri elementi convergono, tra i quali in primis la sua collocazione.

I “massi” importanti nella ricerca delle incisioni rupestri sono quasi sempre collocati in luogo emergente, strutturati in modo tale da poter costituire un punto di riferimento o “altare”.

Chiaramente nel culto della pietra non si deve sentire un preciso animismo, l’intenzione di considerare sacra “quella” pietra. L’uomo nella natura sentiva il divino, il bene e il male, l’aiuto e il tormento di vivere,  tutto ciò che gli si presentava come a lui superiore, più forte, sconosciuto: il sole, la pietra, l’acqua. Col ricorso a pratiche di ordine magico-rituale cercava di avvicinare il mistero del divino.

Vi è oggi la tendenza a considerare tutte le incisioni rupestri come espressioni di un culto religioso, modalità magico rituali.

Con l’incisione sulla roccia di figure realistiche (uomini, animali, oggetti d’uso) o mediante la loro rappresentazione schematico-simbolica (croci, schematizzazioni alberiformi) avrebbero cercato un rito propiziatorio.

A questo punto si potrebbe già parlare del “MASSO DI TERRINCA”: dove i segni in prevalenza cruciformi, sono affiancati alle coppelle e a figurazioni realistiche, tra le quali una scena di caccia.

 

Giorgio Citton e Isa pastorelli

masso bn

IL “MASSO DI TERRINCA”  cruciformi, croci e arte preistorica.

Per giungere a parlare del “masso di Terrinca” ci siamo volutamente richiamati a preistoria e protostoria ha quel tipo di incisioni, le “coppelle” che appaiono come la forma più astratta e forse misteriosamente simbolica e antichissima di incisione rupestre.

È giusto anche richiamarsi ai primi insediamenti dell’età del bronzo (ad esempio sulla sommità del monte Lieto) della prima età del ferro (a Pozzi) come ricordarsi della “spirale” incisa sul masso della Zingola, testimonianza questa riferibile certamente all’età del bronzo.

Deve però essere il “masso di Terrinca” a porsi come nostro… interlocutore; esso infatti ci offre sufficiente materia per una serie di analisi e confronti che possono portarci piuttosto lontano e invitarci a ulteriori ricerche e ulteriori confronti, tuttavia possono anche offrirci sufficienti garanzie per una sia pur sommaria databilità. Tanto più importanti queste analisi in quanto non ci risulta esista nulla di simile evidenziato, non solo sulle Apuane, ma in Toscana in totale.

Come di consueto, è opportuno considerare la posizione del masso.

Si tratta di uno sperone di roccia scistosa “in situ”, situato poco sotto la galleria del furetto, a poca distanza da Terrinca, in una zona nelle vecchie carte indicata come “il pianaccio”.

Oggi non c’è sentiero o meglio non c’è più, parecchi passaggi sono franati: tuttavia persistono tracce di un antico sentiero, che passava a distanza di qualche metro, sentiero rintracciabile in rilevamenti topografici più antichi; portava seguendo la costa verso “Fordazzani”.

Il masso quando lo scoprimmo, era quasi completamente coperto da una trentina di centimetri di terra e circondato della tipica vegetazione attuale di scope, pruni olandesi, ginepri.

Attorno ad esso, altri massi con segni affini: la posizione è dominante e soprattutto è probabile che in condizioni di diversa vegetazione esso potesse essere di buona visibilità a distanza.

La prima impressione è: “quante croci!”. Infatti, in circa sei metri quadri di superficie, le croci e i cruciformi sono una quarantina.

E c’è chi vedendole si fa il segno della croce. Vogliamo però riflettere su questo segno, considerandolo nella sua storia; che è lontanissima nel tempo, data certamente la “forza” espressiva elementare in esso contenuta.

Segni con linee incrociate, semplicissime croci, crocette, a braccia uguali o diverse, sono stati in Europa ritrovati tracciati con l’ocra rossa su ciottoli di pietra coperti da metri di stratificazioni perfettamente databili.

Croci piccole e grandi, sottili o massicce, sono state ritrovate incise sulle pareti di grotte nelle quali l’uomo non era entrato da millenni. Croci su ceramiche neolitiche, in Europa come in Mesopotamia: su cocci trovati a Massa come in Irlanda. Sono interpretate come una rappresentazione dell’uomo, della vita, persino del sole. A parte l’interpretazione, esse sono comunque lì a testimoniare una significanza (che non è certo solo figurativo-decorativa), che ci precede di parecchi millenni.

Gli studiosi hanno tentato una specie di classificazione del tipo di croce, se non altro per indicarne con rapidità la tipologia, molto più che la funzione indicativa. Vogliamo dire che se lo studioso indica come croce “latina” un segno sottile a braccia disuguali rinvenuto su una ceramica dell’alta età del bronzo, significa solo che vuole indicarne la forma, non l’appartenenza all’era cristiana.

D’altra parte è incontestabile che il segno “a croce” richiami immediatamente l’iconografia cristiana e ciò per un tempo corrispondente a circa 17 secoli. Mentre nei primi secoli dopo Cristo il simbolo della croce tardò ad affermarsi in quanto richiamava il pensiero orrendo del patibolo, trovò poi più consenso sia dopo che il supplizio del patibolo (forma di esecuzione per gli schiavi) venne abolito da Costantino nel 304 d.C., sia quando si iniziò a esporre, a Gerusalemme, frammenti reliquia della croce di Gesù.

Per quanto poi non si sia certi che la croce che i soldati di Costantino portavano sugli scudi fosse croce cristiana o un simbolo piuttosto “solare”.

(Costantino si proclama ventesimo membro di una dinastia solare), è però certo che da quel tempo in poi la croce venne sempre più diffusamente usata.

Vale la sommaria indicazione delle varie tipologie:

– croce a T (Tau), detta croce commissa o patibulare

– croce latina o immissa o capitolata, che venne considerata la croce cristiana per eccellenza.

– Croce ancorata, altra espressione della simbologia cristiana.

– Croce decussata, detta anche di S. Andre dix.

– Croce greca, a braccia uguali (comunque viene detta greca per consuetudine, non essendo greca affatto).

– Croce a Calvario: con una base a piedistallo, generalmente triangolare.

– Croce coppellata a forma latina, con puntini a coppella ai quattro bracci, viene considerata medioevale (Graziosi).

– Croce potenziata (latina, con tagli di arresto alle estremità)

– Croce a phi: si ritrova sia nelle caverne iberiche che in graffiti basso medievali .

– Croce bizantina, con due rami trasversali talora tre. Appartiene e deriva dal rito bizantino antico. Un ramo per il titolo, l’altro per le braccia: più tardi se ne aggiunse un terzo quale appoggio ai piedi, sempre pare obliquo.

Chi più ne sa, più ne distingue e le distinzioni possono essere sottilissime. Fondamentale però distinguere tra il “cruciforme” e la croce… pur accettando che il “cruciforme”, generalmente antropomorfo possa evolversi in diverse direzioni ( antropomorfo significa infatti simile alla forma dell’uomo e di qui le possibilità sono assai numerose!), cosicché come il segno a croce, lineare semplicissimo possa costituire da se essenziale antropomorfo.

Torniamo al “masso di Terrinca”. Osservando le varie figurazioni della pietra ciascuno può trovar modo di isolare dei piani figurativi sensibile a chi abbia esperienza minima d’arte o di disegno. Prima dell’arte comunque è bene considerare la tecnica che ci sembra senza dubbio di manualità litica .

Del resto la roccia nei dintorni è così ricca di noduli di quarzite che non si può dire che l’antico artista non avesse strumenti a disposizione.

Come è possibile che il “quadro” risultasse evidente dal solo biancore delle figure, chiare per la scarnificazione della roccia: o forse come è già documentato nelle incisioni della Valcamonica, da coloriture effettuate con terre colorate impastate con grassi o sangue di animali.

Sull’uso di strumenti metallici, come scalpelli di bronzo o di ferro, per la datazione di qualche incisione compiuta in tempo diverso, non appaiono elementi certi.

A un osservazione di massima si potrebbe affermare:

1) Che la scena di caccia riporta a momenti dell’alta età del bronzo se non addirittura al neolitico, i vari elementi compositi si ritrovano pressoché identici, in documenti datatissimi.

2) Una zona di croci potrebbe fare pensare ad una avvenuta “cristianizzazione” o “desatanizzazione” del luogo, attribuibile anche per le croci (affiancate come nella rappresentazione del Calvario) a epoca tardo medievale.

Tuttavia è solo un’ipotesi, non essendoci elementi provanti, sia per la “cristianizzazione” sia per l’interpretazione del “Calvario”.

3) Fortemente interessante, il senso estetico, la forza della composizione in totale, che richiama sia le scelte evolute e colte, della pittura moderna, con quelle forti e consapevoli, di graffiti antichissimi o pitture medievali .

4) Non ultima la prevalente attenta direzionalità delle incisioni, che potrebbero in qualche modo collegarsi alla direzionalità dei raggi solari.

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Il “masso di Terrinca”, giunto a noi dopo tanti millenni, vuole essere salvato studiato, interpretato.

Giorgio Citton e Isa pastorelli